

86. I rapporti fra Chiesa e stato: la questione romana.

Da: R. Romanelli, L'Italia liberale, Il Mulino, Bologna, 1979.
 Il problema politico di Roma capitale e dell'annessione dello
Stato pontificio al regno d'Italia fu l'ultimo ad essere risolto
dalla dirigenza liberale italiana. Come ci spiega dettagliatamente
lo storico contemporaneista Raffaele Romanelli, la lenta e
difficile soluzione della cosiddetta questione romana non
dipendeva soltanto dal rifiuto del papa a qualsiasi trattativa e
dalle contingenze della situazione diplomatica internazionale, ma
anche dal dibattito in corso fra i liberali moderati italiani,
molti dei quali, di matrice cattolica, ritenevano comunque un
valore irrinunciabile per l'intera societ salvaguardare la
struttura di base della Chiesa, pur ridimensionando il potere
teocratico del papato. Dopo la presa di Roma le posizioni moderate
e quelle pi radicali addivennero ad un compromesso, promulgando a
favore del papa la legge delle guarentigie, che il pontefice
comunque rifiut sdegnosamente.


Roma o morte: la parola d'ordine che si vuole lanciata da un
popolano in Sicilia e rilanciata da Garibaldi non poteva essere
apertamente disconosciuta dai liberali. Il loro parlamento,
appropriandosi dello storico obiettivo dei democratici, aveva
assunto il solenne impegno di fare di Roma la capitale del regno.
Aveva per anche indicato, per raggiungerlo, la via pacifica che
passava attraverso l'accordo col pontefice e la formula cavouriana
della libera Chiesa in libero Stato.
Derivava a Cavour, quella formula, da influenze culturali svizzere
e francesi e non sembrava sul momento applicabile facilmente alla
situazione italiana; il D'Azeglio [Massimo D'Azeglio, cattolico
liberale, scrittore, fu presidente del consiglio prima
dell'avvento di Cavour] la consider nient'altro che un motto
d'occasione. Nello spirito liberale, essa forniva per la base a
una conciliazione e a possibili trattative. Senonch le trattative
che Cavour stesso aveva avviato con Roma tra il `60 e il `61 erano
state interrotte dal Papa, fermo nel respingere ogni possibilit
d'accordo non solo col regno d'Italia in quanto tale ma con
l'intera moderna civilt che esso esprimeva. Preclusa la via
dell'accordo diretto, rimaneva ai moderati la speranza di una
intesa con la Francia; questa era per resa difficile
dall'atteggiamento di Napoleone terzo, condizionato dai cattolici
francesi e forse ancora interessato a dare un assetto federativo
alla penisola una volta che il regno si fosse nuovamente
disgregato.
Nella speranza che l'imperatore francese o il pontefice mutassero
d'avviso, ai liberali non rimaneva che riproporre le trattative e
magari auspicare che una azione popolare incontrollabile
aiutasse a sciogliere la questione diplomatica; vi fu un momento
in cui lo stesso Minghetti [Marco Minghetti, ultimo presidente del
consiglio della Destra], cattolico, moderato e separatista
[fautore cio di una rigida separazione fra stato e Chiesa], pens
di fomentare una insurrezione a Roma. Si spiega perci se il
governo Rattazzi [Urbano Rattazzi, capo del governo nel 1862 e
1867] e con lui Vittorio Emanuele potevano essere sospettati di
non ostacolare Garibaldi, e se un liberale come Jacini [Stefano
Jacini, presidente di una nota inchiesta parlamentare sulle
condizioni dell'agricoltura] guardava alla cosa con un certo
disgusto. Forse in quest'avversione emergeva anche la rivalit che
opponeva i moderati delle nuove province - i Lombardi, gli
Emiliani, i Toscani - alla Destra e alla Sinistra piemontesi, in
questo come in altri casi alleate. Ma un cattolico come Jacini
sapeva anche bene che il problema di Roma non avrebbe mai potuto
esser ridotto a questione politica e diplomatica. Roma significava
la Chiesa, e perci una realt costitutiva della societ civica
del paese; sul piano locale e municipale la Chiesa con la sua
tradizione culturale e religiosa, con la sua capillare
organizzazione, con il suo ricco patrimonio spirituale, era anzi
il tessuto sociale delle province italiane, l'unico e per molti
versi il pi popolare, il pi vicino alla vita e alle esigenze
della popolazione.
Ora appunto questa funzione sociale della Chiesa spiega anche le
posizioni assunte dagli uomini della Destra e la natura del
programma separatistico caro particolarmente ai moderati centro-
settentrionali. Liberali convinti e convinti cattolici, gli uomini
di quelle province - i Ricasoli [Bettino Ricasoli], i Minghetti,
gli Jacini - rifiutavano senza remore l'ordine teocratico che il
potere temporale di Roma ancora rappresentava e tenevano invece in
altissimo conto il ruolo svolto dai valori e dall'autorit
spirituale nel cementare la comunit sociale che essi guidavano
nell'ordine civile. Erano individualisti nell'ordine economico, ma
conoscevano la disgregazione sociale prodotta in Europa dal
moderno capitalismo industriale e idealizzavano volentieri una
societ rurale che evolvendosi e ammodernandosi facesse salvi i
suoi pi autentici e tradizionali valori. Le loro posizioni
politiche, in certo senso antiromane e filocattoliche, nascevano
dall'esperienza di vita delle province, dove tranquillamente il
loro potere notabilare coesisteva con quello delle minori autorit
ecclesiastiche; nella loro prospettiva, il senso dello stato
doveva essere retto comportamento di cittadini, coscienza civile
che la stessa moralit religiosa temprava pi che affermazione
delle superiori prerogative dello stato etico. Perci non solo
erano alieni dall'abbracciare posizioni di urto frontale con la
Chiesa, e tanto pi con la religione, ma avevano profondamente a
cuore un rinnovamento della Chiesa medesima che desse nuovo e pi
sincero vigore ai suoi compiti. E questo rinnovamento non poteva
che ottenersi, secondo l'opinione di quei liberali, con la fine
del potere temporale e con la netta separazione tra la sfera del
potere civile e quella del magistero spirituale.
Vero  che questo auspicio di nuova spiritualit era andato sempre
pi indebolendosi. Era stato al centro del dibattito delle idee
nei decenni preunitari, allorch il nesso tra riscatto politico-
civile della nazione e riforma della Chiesa aveva contribuito a
guadagnare alle idealit risorgimentali il notabilato delle
province. Ma il regno s'era ormai costituito e il potere temporale
era stato violato senza il contributo della Chiesa, ed anzi con la
sua ferma opposizione. Perci chi ancora coltivava l'idea che la
questione romana potesse risolversi con una renovatio
ecclesiae lanciava al pontefice pi che una proposta di
conciliazione una sfida che quasi suonava come indebita ingerenza
nei suoi affari interni. E il pontefice ovviamente respingeva
quest'ingerenza. [...].
Non a caso dunque la Chiesa dichiarava che le sue libert erano
comunque violate dalla costituzione dello stato liberale; la
difesa del potere temporale e la condanna dell'usurpazione subita
non erano il segno di una incapacit a capire i tempi presenti o
di una insensibilit per le istanze di rinnovamento religioso ma
al contrario la manifestazione di una inconciliabilit
dottrinalmente e storicamente fondata che molto difficilmente i
liberali potevano negare. Il manifesto pi chiaro di questa
inconciliabilit venne infatti dal pontefice, che dedic ai
principali errori dell'epoca l'enciclica Quanta cura dell'8
dicembre 1864 e 1'annesso Sillabo degli errori del nostro tempo.
La Chiesa era una societas perfecta ed era errato negare la sua
potest di usare la forza, il connaturale e legittimo diritto
di acquistare e di possedere, il privilegio del foro, il suo
diritto di sorveglianza sulle scuole, di regolare il matrimonio, e
cos via; era inoltre errato affermare che fosse cosa lecita il
negare obbedienza anzi di ribellarsi ai Principi legittimi,
ammettere la libert di culto e la facolt di manifestare
qualunque opinione e qualsiasi pensiero alla scoperta ed in
pubblico, errato affermare che la scienza delle cose filosofiche
e dei costumi, ed anche le leggi civili possono e debbono
prescindere dall'autorit divina ed ecclesiastica e che il
Romano Pontefice pu e deve riconciliarsi e venire a composizione
col progresso, col liberalismo e colla moderna civilt.
Evidentemente, da queste enunciazioni di principio le rispettive
posizioni dello stato e della Chiesa, del liberalismo e del
cattolicesimo, dovevano uscire pi chiaramente delineate e
contrapposte. [...].
Se ne sarebbe riparlato a Roma. Il 19 1uglio del 1870 la Francia
dichiar guerra alla Prussia e il 5 settembre, travolto 1'esercito
imperiale dalle armate prussiane, in Francia fu proclamata la
repubblica. L'Italia aveva in precedenza trattato un possibile
accordo con la Francia e l'Austria in funzione antiprussiana e
soltanto l'abilit diplomatica di Visconti-Venosta [Emilio
Visconti-Venosta, pi volte ministro degli esteri] - tornato al
ministero degli esteri in un gabinetto Lanza-Sella [Giovanni
Lanza, primo ministro dal 1869 al 1873; Quintino Sella, ministro
delle finanze] -, nonch l'obiettivo precipitare degli eventi,
favorirono la neutralit e impedirono che il paese si schierasse,
come volevano il re e i militari, a fianco della Francia. A
malincuore, i sentimenti filofrancesi della gran parte degli
uomini della Destra dovettero cedere all'evidenza mentre gi si
delineava, nel campo della Sinistra soprattutto, una corrente
filoprussiana.
Il governo tent ancora di aprire trattative con Roma e di
ottenere l'assenso delle potenze europee - e dello stesso governo
repubblicano francese - all'occupazione dello stato pontificio. Ma
la via era ormai sgombra del tutto e nella nuova Europa
bismarckiana nessuno pareva disposto a intervenire a difesa
della vecchia teocrazia romana; le pressioni fatte dalla
Sinistra sul governo e in seno a quello l'azione decisa di Sella
convinsero all'azione. Un corpo di spedizione posto al comando del
generale Cadorna varc i confini pontifici e mosse alla presa di
Roma, che avvenne dopo breve scontro la mattina del 20 settembre
1870. Il 2 ottobre si svolse il plebiscito; entro l'anno furono
indette nuove elezioni generali e Vittorio Emanuele fece il suo
primo ingresso nella citt che sei mesi pi tardi divenne
ufficialmente sede del re e del governo italiano.
Prima di trasferirsi a Roma, il Parlamento discusse e vot la
legge per le guarentigie delle prerogative del Sommo Pontefice e
della Santa Sede e per le relazioni dello Stato con la Chiesa.
Giacch il Papa persisteva nel rifiutare ogni trattativa ed anzi
dichiar l'occupazione ingiusta, violenta, nulla ed invalida, se
stesso prigioniero e incorsi in grave scomunica tutti i
responsabili, il Parlamento italiano dette forma di atto
unilaterale all'enunciazione di quei principi garantistici che per
un decennio erano stati proposti alla trattativa. In occasione del
dibattito parlamentare, il liberalismo italiano ripercorse tutto
l'arco delle posizioni che dividevano il giurisdizionalismo
[posizione tendente a sottomettere la giurisdizione ecclesiastica
allo stato] della Sinistra e di parte della stessa Destra dal
liberalismo separatista [senza alcun coordinamento tra stato e
Chiesa]. Il risultato fu appunto un'opera di sapiente compromesso
tra le due correnti, che lasci amplissime libert alla Chiesa e
tuttavia conserv allo stato il controllo su alcuni atti
ecclesiastici in materia beneficiaria e patrimoniale. Si tratt di
un compromesso equilirato e realistico, che peraltro rispecchiava
anche il carattere ambivalente dell'intero progetto liberale,
volto ora ad affermare i diritti e l'autorit dello stato e dei
poteri centrali, ora a concedere massima autonomia ai poteri
emergenti dalla societ civile.
Giunti i liberali a Roma, non manc tra loro una giusta
soddisfazione. Completato il regno, data finalmente soluzione alla
questione romana senza scosse intestine n gravi ripercussioni
internazionali, gli uomini della Destra potevano andare orgogliosi
di aver raggiunto gli obiettivi storici del moto risorgimentale.
Ma non ci fu troppo entusiasmo. Venute meno le maggiori
questioni che nel primo decennio avevano condizionato la vita
dei governi e occupato il dibattito politico, altre se ne
profilavano che gi da qualche anno - almeno dalla guerra del '66
- rivelavano la non florida vita del regime liberale e facevano
intravedere una realt sociale statica, arretrata, inadeguata ai
tempi. Senza pi diaframmi, i liberali erano posti di fronte al
paese.
